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Tra il santo e la carogna: l’arte italiana nel suo doppio volto

C’è una frase che si posa sulla superficie come un pensiero appena affiorato: “Io sono un santo”. La carta è attraversata da tagli, come se l’immagine avesse subito una pressione interna, una necessità di aprirsi. È uno dei primi segni con cui Lucio Fontana comincia a incidere lo spazio, a trasformarlo in qualcosa che respira.

Poi si gira l’opera, e il senso scivola altrove: “Io sono una carogna”.
Le due dichiarazioni restano lì, una di fronte all’altra, come se si osservassero attraverso la materia stessa che le separa. È un autoritratto che si costruisce per contraddizione, un equilibrio instabile che sottrae ogni certezza all’idea dell’artista come figura elevata, quasi sacra. Qui l’altezza e la caduta coincidono, e l’ironia lavora come una sottile incrinatura.

Da questo gesto iniziale prende forma Tragicomica, una mostra che attraversa l’arte italiana degli ultimi decenni come si attraversa un paesaggio irregolare, fatto di salti, deviazioni, ritorni inattesi. Nelle sale del MAXXI si raccolgono opere e voci diverse, come se ciascuna portasse con sé una variazione dello stesso tema: il continuo slittamento tra il tragico e il comico, tra ciò che pesa e ciò che alleggerisce.

Questa inclinazione sembra appartenere a una grammatica profonda, una specie di riflesso culturale che attraversa il tempo e riaffiora in forme sempre nuove. Giorgio Agamben l’ha chiamata una intenzione anti-tragica, come se l’arte italiana avesse sviluppato una resistenza interna alla fissità del dramma, una tendenza a piegarlo, a deviarlo, a dissolverlo in una forma più mobile. Si potrebbe pensare a Dante, al suo modo di tenere insieme il cielo e la strada, l’eterno e il quotidiano, senza mai separarli davvero.

La mostra segue questa linea come si segue una traiettoria che cambia direzione a ogni passo. Le opere non si dispongono secondo un ordine lineare; si cercano, si rispondono, si interrompono. Un lavoro dialoga con un altro a distanza di anni, a volte di generazioni, e in questo dialogo si crea uno spazio nuovo, fatto di echi e contrasti.

Gli artisti presenti sembrano muoversi lungo una stessa frontiera: Boetti con i suoi sistemi aperti, Cattelan con le sue apparizioni spiazzanti, Manzoni con la sua ironia radicale, Penone con la sua attenzione al tempo e alla materia. Accanto a loro, altre figure meno previste, che ampliano il campo e ne complicano la lettura, come se ogni opera aggiungesse una deviazione al percorso.

Intorno alle arti visive si dispongono altri linguaggi, come cerchi concentrici: il cinema, la letteratura, il teatro, l’architettura. Tutti partecipano a questo movimento, a questa oscillazione continua che sembra definire una sensibilità condivisa. Anche il catalogo e gli incontri pubblici funzionano come estensioni del percorso, luoghi in cui il discorso può continuare a mutare.

Guardata nel suo insieme, Tragicomica appare come una mappa incompleta, volutamente aperta, in cui ogni punto rimanda a un altro. Si entra pensando di seguire una storia, e ci si ritrova invece dentro una rete di relazioni, dove il senso si sposta, si moltiplica, si sottrae.

E forse è proprio in questo movimento che si riconosce qualcosa di essenziale: una maniera di stare nel mondo che accetta la contraddizione, che la coltiva, che la lascia agire come una forza discreta e continua

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