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La Mandragola: il capitalismo come commedia del cinismo

Nel cuore di un presente dominato dalla finanza, dal profitto e dall’apparenza, La Mandragola rinasce come una satira affilata del nostro tempo. Lontana dalla Firenze rinascimentale, l’azione si sposta dentro una metropoli globale fatta di vetro e acciaio, una città verticale in cui tutto sembra visibile e nulla lo è davvero. Un mondo che espone, ma non rivela. Che illumina, ma non chiarisce.

La scena si costruisce attraverso elementi essenziali: pannelli trasparenti, luci al neon, schermi che rilanciano grafici finanziari e breaking news. Lo spazio diventa così un organismo freddo e pulsante, dove i personaggi si muovono come ingranaggi di un sistema che misura ogni relazione in termini di utilità.

In questo contesto, Callimaco è un giovane manager brillante e seduttivo, perfettamente integrato nella logica contemporanea: l’inganno, per lui, coincide con una competenza. Messer Nicia assume i tratti di un CEO anziano, ossessionato dall’eredità e dalla reputazione, incapace di comprendere il presente ma disposto a piegarlo pur di lasciare una traccia di sé. Figura insieme grottesca e tragica, rappresenta un potere ormai svuotato, che sopravvive solo nella forma.

Lucrezia emerge come una donna lucida, consapevole, imprigionata in un sistema che la pretende impeccabile. La sua scelta finale si sottrae a ogni lettura consolatoria: è un gesto di adattamento e insieme di controllo, una forma di sopravvivenza che si trasforma in dominio. Accanto a lei, Fra Timoteo si trasfigura in consulente etico e leader spirituale mediatico, capace di usare il linguaggio della morale per giustificare qualsiasi azione. La sua forza risiede proprio nella legittimazione del cinismo attraverso parole rassicuranti. Ligurio, infine, è il mediatore, il facilitatore, il regista invisibile: conosce i meccanismi del potere e li attraversa senza mai esporsi, incarnando una razionalità strategica che non ha bisogno di giustificazioni.

In questa riscrittura, i temi originari della commedia si radicalizzano: il potere come manipolazione, la morale come costruzione retorica, il desiderio come merce. L’intelligenza che trionfa è quella capace di muoversi senza scrupoli, adattandosi a un sistema che premia la spregiudicatezza.

La risata resta, ma si incrina. Diventa riconoscimento, più che evasione. Il pubblico ride perché riconosce quel mondo, perché ne percepisce la familiarità inquietante. Il lieto fine, allora, non riconcilia: conferma. Non risolve: sancisce. È la celebrazione di un ordine in cui vince chi sa giocare meglio, non chi ha ragione.

Calendario repliche:
7 aprile ore 21.00
8 aprile ore 21.00
9 aprile ore 17.00
10 aprile ore 21.00
11 aprile ore 17.00
12 aprile ore 17.00
14 aprile ore 21.00
15 aprile ore 19.00
16 aprile ore 17.00
17 aprile ore 21.00
18 aprile ore 17.00 e 21.00
19 aprile ore 17.00

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