MUSICA E CONCERTI

Bar Califfo: al Brancaccio il mito diventa racconto

Al Teatro Brancaccio, lunedì 13 aprile, la porta si apre su un luogo che sembra rimasto indietro nel tempo: insegna accesa, jukebox ideale, telefoni a disco, odore di caffè e racconti che non hanno mai smesso di girare. È “Bar Califfo”, lo spettacolo con cui L’Orchestraccia riporta in vita l’universo di Franco Califano, tra musica e memoria, ironia e malinconia.

La scena è semplice, quasi cinematografica: un giornalista entra in questo bar sospeso negli anni Settanta, deciso a capire chi fossero davvero quegli uomini che dicono di aver conosciuto, amato, persino ispirato il Califfo. Ha con sé un registratore d’altri tempi — qui la tecnologia moderna non passa — e una domanda precisa. Ma ogni tentativo di fare chiarezza si scioglie in una storia, in una risata, in un bicchiere che si riempie.

E soprattutto in una canzone.

Perché in questo bar si canta: Roma nuda, Minuetto, L’ultimo amico va via. Brani che non restano sullo sfondo, ma diventano materia viva, attraversano i personaggi, li svelano, li contraddicono. L’indagine si trasforma così in un viaggio dentro una leggenda, dove la verità non si separa mai del tutto dall’invenzione, e la nostalgia sa sempre come farsi credere.

Lo spettacolo porta in scena l’anima dell’Orchestraccia, guidata da Marco Conidi: una miscela di suoni che tiene insieme radici romane e apertura contemporanea, tra rock, folk, ska, accensioni latine e momenti più intimi. Un linguaggio che nasce dalla tradizione e la rimette in circolo, senza imbalsamarla.

Fondata nel 2011, la band unisce teatro e musica, memoria e presente, alternando i classici del repertorio a brani originali che raccontano il tempo di oggi: storie di amori fragili, identità in cerca, vite che oscillano tra leggerezza e ferita.

Sul palco, accanto a Conidi, una compagnia affiatata di musicisti e attori: Guglielmo Poggi, Salvatore Romano, Angelo Capozzi, Emanuele Bruno, Alessandro Vece, Mario Caporilli, Claudio Mosconi e Fabrizio Fratepietro.

E alla fine resta una sensazione precisa: che il Califfo non sia mai uscito davvero da quel bar. Che continui a stare lì, tra una battuta e una canzone, a ricordarci che certe storie non si raccontano — si cantano

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