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IL NUOVO LIBRO DI STEFANIA ANDREOLI: “UN OTTIMA FAMIGLIA”


L’idea di famiglia perfetta è una delle costruzioni più resistenti del nostro immaginario: ordine, cura e, ovviamente, dedizione. In “Un’ottima famiglia“, Stefania Andreoli prende proprio quell’immagine e la incrina dall’interno, lasciando che sia la voce narrante a far emergere ciò che non torna.

La storia si muove attorno a un fatto violento: un bambino accoltellato durante una festa. Ma l’interesse del romanzo non è l’indagine, né la ricerca del colpevole. Il centro è lo sguardo. Giulia, diciassette anni, osserva e interpreta. La sua voce è la vera forza del libro: continuamente attraversata da pensieri che si sovrappongono. È una voce credibile che restituisce con precisione quel modo adolescenziale di stare al mondo: lucido e cinico.

I Costa, la famiglia al centro del racconto, incarnano il modello ideale. Eppure, proprio attraverso i dettagli — una frase detta con il tono sbagliato, un gesto apparentemente innocuo, una forma di controllo che si traveste da cura — quella perfezione comincia a rivelare il suo lato più inquieto. Andreoli, forte della sua esperienza clinica, costruisce un sistema familiare in cui tutto funziona, ma soffoca.

Il romanzo lavora su una tensione sottile. Il lettore viene portato a riconoscere qualcosa che non esplode mai del tutto, ma che cresce sotto traccia, fino a rendere inevitabile la domanda più scomoda: dove si forma davvero il male?

La risposta che il libro suggerisce è disturbante perché non offre appigli rassicuranti. Il male si annida nelle dinamiche quotidiane, negli automatismi, nei modelli educativi che puntano alla perfezione e finiscono per cancellare lo spazio dell’errore, del conflitto, dell’imperfezione umana.

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